Pubblicato il Marzo 15, 2024

La chiave per finanziare la vostra associazione non è ‘fare più corsi’, ma costruire veri e propri prodotti formativi che generano valore economico e impatto sociale.

  • Gli obiettivi di apprendimento ‘trasformativi’ attirano partecipanti paganti perché promettono un cambiamento concreto e misurabile.
  • Un modello ibrido, che unisce professionisti retribuiti e volontari tutor, massimizza la qualità percepita e la sostenibilità economica.

Raccomandazione: Iniziate a trattare la formazione non come un’attività accessoria, ma come una linea di business strategica, applicando logiche di progettazione, marketing e misurazione dell’impatto.

Ogni associazione possiede un patrimonio inestimabile: competenze, esperienze e una passione unica per la propria missione. Troppo spesso, però, questo tesoro rimane inespresso o viene condiviso in corsi sporadici che, nel migliore dei casi, coprono a malapena le spese. La frustrazione è palpabile: si dedica tempo ed energia a organizzare eventi formativi di valore, ma il ritorno economico per sostenere le attività istituzionali è quasi nullo. Molti credono che la soluzione sia semplicemente trovare uno sponsor o tagliare i costi all’osso, affidandosi interamente al volontariato.

Queste soluzioni, sebbene comuni, raramente portano a una reale sostenibilità. Il vero problema non è la mancanza di risorse, ma l’approccio con cui si progetta la formazione. E se la chiave non fosse cercare finanziamenti esterni, ma generare valore dall’interno? E se, invece di “fare corsi”, iniziassimo a “costruire prodotti formativi”? Questo cambio di prospettiva è fondamentale. Significa smettere di pensare alla formazione come a un’attività di volontariato e iniziare a vederla come un’impresa sociale, con un modello di business, obiettivi chiari e una strategia di crescita. Un prodotto formativo non si limita a informare; trasforma i partecipanti, risolve un loro problema concreto e, di conseguenza, acquista un valore per cui sono disposti a pagare.

In questo articolo, esploreremo le strategie operative per compiere questa transizione. Analizzeremo come definire costi e prezzi in modo strategico, come formulare promesse formative che attraggono iscritti, come gestire il dilemma tra volontari e professionisti e come promuovere i corsi in modo efficace. L’obiettivo è fornirvi un metodo per trasformare il know-how della vostra associazione in una fonte di reddito etica e costante, potenziando al contempo la vostra missione sociale.

Questo percorso vi guiderà attraverso le tappe fondamentali per costruire un’offerta formativa solida e redditizia. Analizzeremo insieme ogni aspetto, dalla pianificazione finanziaria alla promozione, per trasformare ogni workshop in un successo sia educativo che economico.

Perché sottostimare i costi di affitto sala rende i vostri corsi in perdita costante?

La gestione dei costi è il primo scoglio su cui si infrange la sostenibilità economica di molti workshop. L’errore più comune è considerare solo le spese vive ed evidenti, come l’affitto della sala. In realtà, un’analisi corretta deve includere i costi nascosti e di opportunità: il tempo dei volontari per l’organizzazione, i materiali, la promozione, le utenze. Ignorare queste voci porta a definire un prezzo di vendita che, nella migliore delle ipotesi, pareggia i costi diretti, trasformando un’enorme mole di lavoro in un’attività a margine zero o, peggio, in perdita.

Per trasformare un corso in un “prodotto formativo” redditizio, è necessario un approccio più strategico che vada oltre la semplice riduzione dei costi. Anziché cercare la sala più economica, la domanda da porsi è: “Come posso trasformare il costo di uno spazio in un’opportunità di partnership?”. Le aziende con programmi di Corporate Social Responsibility (CSR) attivi sono sempre alla ricerca di progetti allineati ai loro valori. Proporre un workshop che risponde a un bisogno della comunità o dei loro stessi dipendenti può portare all’ottenimento di spazi gratuiti, trasformando una spesa in un asset relazionale.

Studio di caso: Il valore condiviso delle partnership strategiche

Un esempio virtuoso è quello delle collaborazioni tra grandi aziende e non profit per la formazione. Prendiamo il caso di Snam Foundation che, attraverso il programma Digital Unify, ha già formato gratuitamente un milione di persone. Come evidenziato da analisi sulle partnership profit-nonprofit, questi modelli vanno oltre la semplice fornitura di spazi. L’azienda mette a disposizione anche i propri dipendenti come volontari, che supportano la formazione, creando un ecosistema di valore dove l’associazione ottiene risorse (spazi e persone) e l’azienda realizza i propri obiettivi di impatto sociale, dimostrando la sostenibilità di un modello win-win.

Questo approccio sposta il focus dalla mera contabilità a una visione imprenditoriale. L’obiettivo non è solo coprire i costi, ma creare un ecosistema di valore attorno al vostro prodotto formativo, dove le partnership strategiche diventano un moltiplicatore di impatto e sostenibilità. Mappare le aziende locali, presentare progetti allineati ai loro valori e offrire in cambio visibilità e report di impatto sono i primi passi per costruire queste alleanze strategiche.

Come definire obiettivi di apprendimento chiari che attirano i partecipanti paganti?

Perché una persona dovrebbe scegliere di pagare per il vostro corso invece di cercare informazioni gratuite online? La risposta non risiede nella quantità di nozioni che offrite, ma nella trasformazione che promettete. I partecipanti non comprano un corso, comprano un risultato. L’errore fatale di molti enti è definire obiettivi di apprendimento vaghi e basati sulla conoscenza (“conoscere le basi del social media marketing”), invece di focalizzarsi su obiettivi trasformativi e basati sulla competenza (“lanciare e gestire in autonomia la prima campagna Facebook per la tua associazione”).

Un obiettivo trasformativo è specifico, misurabile e desiderabile. Parla direttamente al bisogno del partecipante di risolvere un problema o di raggiungere un nuovo status. Questo approccio, che possiamo definire “ingegneria didattica”, sposta il focus dal programma del formatore al percorso dell’utente. Invece di elencare gli argomenti, si descrive il punto di arrivo: “Alla fine di questo workshop, sarai in grado di…”. Questa promessa chiara giustifica l’investimento economico e emotivo del partecipante.

Percorso di trasformazione professionale attraverso la formazione

Il passaggio da obiettivi tradizionali a obiettivi trasformativi è ciò che converte un’offerta formativa generica in un prodotto ad alto valore percepito. Questo non solo attira più iscritti paganti, ma aumenta anche la soddisfazione finale, generando testimonianze positive che alimenteranno le future edizioni del corso.

Questa tabella evidenzia come una diversa formulazione degli obiettivi possa avere un impatto diretto e misurabile sia sulla carriera dei partecipanti che sulla sostenibilità dell’associazione stessa.

Confronto tra obiettivi tradizionali e obiettivi trasformativi
Obiettivi Tradizionali Obiettivi Trasformativi Impatto sui Partecipanti
Imparare a gestire i social media Diventare social media manager certificato per il non profit +95% trovano lavoro entro 6 mesi
Conoscere le normative del terzo settore Gestire in autonomia gli adempimenti RUNTS della propria associazione Riduzione 70% costi consulenza
Apprendere tecniche di fundraising Lanciare la prima campagna crowdfunding di successo Raccolta media €5.000 post-corso

Volontari esperti o professionisti retribuiti: chi garantisce la migliore reputazione al corso?

Il dilemma tra affidarsi all’entusiasmo dei volontari o all’esperienza dei professionisti è centrale nella progettazione di un prodotto formativo. Da un lato, i volontari interni incarnano la missione dell’associazione e riducono i costi diretti. Dall’altro, un formatore professionista porta con sé una reputazione, un metodo didattico consolidato e una credibilità che possono attrarre un pubblico pagante e giustificare un prezzo più alto. Pensare in termini di “aut aut” è però un errore strategico; la soluzione più efficace risiede spesso in un modello ibrido.

Questo approccio combina il meglio dei due mondi. Il professionista retribuito agisce come docente principale, garantendo la qualità del contenuto, la struttura del corso e l’autorevolezza esterna. I volontari esperti, invece, assumono il ruolo di tutor d’aula o facilitatori. Il loro compito non è sostituire il docente, ma supportare i partecipanti, rispondere a domande specifiche, facilitare i lavori di gruppo e portare l’esperienza diretta e “sul campo” dell’associazione. Questo non solo migliora drasticamente l’esperienza formativa, aumentando il rapporto docenti/partecipanti, ma valorizza anche le competenze interne dei volontari, offrendo loro un ruolo qualificato e di responsabilità.

Studio di caso: Il modello ibrido per una formazione di alta qualità

L’esperienza di Eolo Perfido, fotografo professionista e Leica Ambassador, offre un modello eccellente. Attraverso la sua proposta per associazioni e circoli fotografici, il professionista agisce da docente principale, assicurando un altissimo standard qualitativo. I volontari esperti delle associazioni, che conoscono bene le esigenze dei soci, diventano tutor d’aula. Questo modello ibrido permette di ridurre i costi complessivi fino al 60% e di raggiungere un rapporto docenti/partecipanti ottimale di 1 a 5, un lusso insostenibile in contesti puramente commerciali, che eleva significativamente la qualità percepita e l’efficacia dell’apprendimento.

Adottare un modello ibrido trasforma un potenziale punto debole (il budget limitato) in un punto di forza unico. Permette di offrire un prodotto formativo di alta gamma a un prezzo competitivo, costruendo una reputazione di eccellenza che è, a sua volta, il più potente strumento di marketing per le edizioni future.

L’errore di promuovere il corso solo due settimane prima della data di inizio

Uno degli errori più costosi nella gestione di un workshop è pensare che la promozione sia un’attività da concentrare nelle ultime due settimane prima dell’evento. Questo approccio “last minute” genera ansia, costringe a sconti disperati e, quasi sempre, porta a un numero di iscritti inferiore alle attese. La costruzione di un prodotto formativo di successo richiede invece un “ciclo di vita del lancio“, una strategia promozionale che inizia mesi prima e accompagna il potenziale partecipante dalla consapevolezza all’iscrizione.

Questo ciclo non è una semplice sequenza di post sui social, ma un percorso strategico che costruisce fiducia e desiderio. Inizia con l’ascolto (sondaggi per capire i bisogni), prosegue con la nutrizione (contenuti gratuiti di valore che posizionano l’associazione come esperta), e culmina con l’offerta (l’apertura delle iscrizioni, segmentata per premiare la community più fedele). È interessante notare come l’apprendimento visivo sia un potente alleato in questo processo; secondo alcuni dati, l’elaborazione delle immagini da parte del cervello è fino a 60.000 volte più veloce rispetto al testo, rendendo video, infografiche e testimonianze visive strumenti cruciali nella fase promozionale.

Pensare in termini di ciclo di vita permette di creare una lista d’attesa qualificata, persone già interessate e pronte ad iscriversi non appena le vendite aprono. Invece di “cacciare” iscritti, li si “coltiva”. La promozione diventa meno un’interruzione pubblicitaria e più un dialogo continuativo con la propria community. Questo non solo massimizza le iscrizioni, ma rafforza anche il legame con il pubblico, trasformando i partecipanti in veri e propri ambasciatori del vostro brand formativo.

Ecco una timeline strategica per non commettere più l’errore di una promozione tardiva:

  1. 3 mesi prima: Lanciare un sondaggio sui bisogni formativi della community per validare l’idea del corso e creare una prima lista d’attesa qualificata.
  2. 2 mesi prima: Pubblicare contenuti gratuiti di valore (articoli, mini-video, dirette social) correlati al tema del corso e presentare i formatori con interviste.
  3. 6 settimane prima: Aprire le iscrizioni in “early bird”, con uno sconto esclusivo riservato ai soci, ai donatori e agli iscritti alla lista d’attesa.
  4. 1 mese prima: Attivare campagne social a pagamento, utilizzando le testimonianze video o scritte dei partecipanti delle edizioni precedenti.
  5. 2 settimane prima: Inviare comunicazioni di “scarsità” (ultimi posti disponibili) e offrire un bonus esclusivo per gli ultimi iscritti (es. una consulenza, un ebook).

Quando inviare il questionario di gradimento per massimizzare le risposte utili?

Chiedere un feedback alla fine di un corso è una prassi comune, ma spesso inefficace. La maggior parte delle associazioni invia un unico questionario, giorni dopo la fine del workshop, ottenendo tassi di risposta bassi e commenti generici. Per trasformare il feedback da un semplice “voto” a uno strumento strategico di miglioramento e di business, è necessario adottare un approccio su tre livelli temporali, ciascuno con un obiettivo specifico.

Il primo feedback, “a caldo“, va raccolto immediatamente alla fine del corso, entro poche ore. L’obiettivo è catturare l’entusiasmo e le emozioni del momento. Domande brevi e dirette sull’esperienza, sul formatore e sull’atmosfera. Questo feedback è preziosissimo per ottenere testimonianze autentiche e “pancia” da usare subito nella comunicazione.

Processo di raccolta feedback in tre tempi per la formazione

Il secondo feedback, “a freddo“, va richiesto dopo circa un mese. A questo punto, l’emozione ha lasciato spazio alla pratica. Le domande devono essere focalizzate sull’impatto: “Quali concetti del corso hai applicato?”, “Quali risultati hai ottenuto?”. Per incentivare la compilazione, è strategico offrire una risorsa esclusiva in cambio (es. slide commentate, un video extra). Questo feedback misura il reale “valore trasformativo” del corso e fornisce dati concreti per la promozione futura.

Infine, il terzo livello è il feedback “strategico“. All’interno del questionario a freddo, si inseriscono domande mirate a generare nuove opportunità: “Quale altro argomento vorresti approfondire con noi?” (per ideare nuovi corsi), “Saresti interessato a diventare volontario?” (per il recruitment), e la richiesta esplicita del consenso per utilizzare le loro risposte come testimonianze. In questo modo, il ciclo di feedback non solo migliora il prodotto esistente, ma alimenta l’intero ecosistema dell’associazione.

Prodotti solidali o servizi a pagamento: quale linea commerciale ha margini migliori?

Quando un’associazione decide di diversificare le proprie entrate, la scelta ricade spesso su due opzioni principali: la vendita di prodotti solidali (magliette, gadget) o l’erogazione di servizi, come i workshop formativi. Sebbene entrambe le strade possano contribuire alla missione, dal punto di vista della sostenibilità economica e del margine operativo, i servizi formativi presentano vantaggi strutturali difficilmente eguagliabili. Il prodotto solidale soffre di costi di produzione, logistica, magazzino e gestione dell’invenduto che erodono significativamente i margini.

I workshop formativi, al contrario, sono un “prodotto” a investimento iniziale basso e ad alta marginalità. L’asset principale è il know-how, una risorsa che l’associazione già possiede. I costi diretti sono limitati e controllabili, e una volta coperti, ogni iscritto aggiuntivo contribuisce quasi interamente al margine. Inoltre, per gli Enti del Terzo Settore (ETS), la formazione rientra spesso tra le attività istituzionali o connesse, godendo di un regime fiscale di favore. Ad esempio, per gli ETS che applicano il regime forfettario, la normativa prevede un coefficiente di redditività del 17% per le attività di formazione, un vantaggio non trascurabile.

Questa tabella mette a confronto i due modelli di business secondo criteri chiave per un responsabile di associazione:

Analisi margini multi-criterio: servizi formativi vs prodotti solidali
Criterio Workshop Formativi Prodotti Solidali
Margine economico 60-70% sui costi diretti 20-30% sul prezzo di vendita
Scalabilità Media (max 30 partecipanti) Alta (produzione illimitata)
Allineamento mission Molto alto (trasferimento competenze) Medio (dipende dal prodotto)
Investimento iniziale Basso (competenze interne) Alto (produzione/magazzino)
Impatto fiscale ETS Favorevole con regime forfettario Standard con gestione IVA

La conclusione è chiara: se l’obiettivo è generare un flusso di entrate significativo e sostenibile per finanziare la missione, investire nella costruzione di prodotti formativi di qualità rappresenta la scelta strategica con il miglior rapporto tra rischio, investimento e ritorno economico. È un modo per monetizzare il valore più puro dell’associazione: la sua competenza.

Da ricordare

  • Smettete di ‘fare corsi’ e iniziate a ‘costruire prodotti formativi’ con un modello di business chiaro.
  • Focalizzatevi su obiettivi di apprendimento ‘trasformativi’ che promettono un cambiamento concreto per giustificare il prezzo.
  • Adottate un ciclo di promozione a lungo termine, iniziando mesi prima per ‘coltivare’ gli iscritti invece di ‘cacciarli’.

Come usare video di 5 minuti per aggiornare i volontari sulle nuove procedure?

La formazione interna, specialmente quella rivolta ai volontari, è cruciale ma spesso dispendiosa in termini di tempo e risorse. Convocare riunioni per ogni nuova procedura o aggiornamento è inefficiente. L’uso di “pillole formative” video, ovvero clip sintetiche di 3-5 minuti, rappresenta una soluzione agile ed efficace. Questi micro-contenuti possono spiegare una nuova procedura, riassumere le linee guida di un evento o presentare un nuovo strumento digitale in modo chiaro, visivo e accessibile on-demand.

Il vero potenziale di questa strategia, però, risiede nel concetto di “ecosistema di valore“. I video creati per la formazione interna dei volontari non devono rimanere confinati in una cartella condivisa. Con minimi accorgimenti, possono essere trasformati in potenti asset di marketing e comunicazione esterna. Un video che spiega “come prepariamo i pacchi alimentari” non è solo formazione per un nuovo volontario, ma anche una potentissima e trasparente dimostrazione di impatto da mostrare a un donatore. Un’intervista a un volontario esperto può diventare una clip per attrarre nuove reclute sui social.

Studio di caso: Le “Pilloleformative®” per raggiungere la community

Il Comitato Giovani Imprenditori di Perugia ha sviluppato un progetto esemplare chiamato “Pilloleformative®”. Si tratta di brevi clip video che affrontano temi formativi tradizionali in un formato digitale e accattivante. Pubblicate su YouTube e Facebook, queste pillole raggiungono imprenditori e collaboratori direttamente sui loro dispositivi, ottimizzando i tempi e azzerando i costi di spostamento. Questo approccio, come descritto nella presentazione del progetto, mostra la doppia valenza del contenuto: formazione interna efficiente e marketing esterno per dimostrare competenza e attrarre nuovi membri.

Questo approccio massimizza il ritorno sull’investimento di ogni contenuto creato. Ogni ora spesa a produrre un video formativo per l’interno genera valore su più fronti: migliora l’efficienza operativa, aumenta l’engagement dei volontari e alimenta una strategia di comunicazione esterna autentica e a basso costo.

Piano d’azione: audit per valorizzare i tuoi video formativi

  1. Punti di contatto: Mappare tutti i canali (interni ed esterni) dove i video possono essere distribuiti: newsletter, social, sito, YouTube, formazione interna.
  2. Raccolta: Inventariare i video formativi esistenti (registrazioni di webinar, tutorial, interviste) e classificarli per tema e durata.
  3. Coerenza: Verificare che il tono e il messaggio di ogni clip siano allineati con i valori e il posizionamento dell’associazione.
  4. Memorabilità/emozione: Identificare i segmenti di 30-60 secondi più efficaci (un consiglio chiave, un momento emozionante) da trasformare in “pillole” per i social media.
  5. Piano d’integrazione: Definire un calendario editoriale per riutilizzare i video: creare una playlist YouTube, incorporarli negli articoli del blog e usarli come teaser.

Come l’educazione non formale diventa motore di inclusione e sostenibilità

La sintesi di questo approccio strategico si manifesta pienamente quando un prodotto formativo riesce a generare un doppio impatto: sostenibilità economica per l’ente e inclusione sociale per la comunità. Questo è il culmine della trasformazione da semplice “corso” a vero e proprio “motore di impatto”. L’educazione non formale, basata sull’esperienza, l’interattività e il coinvolgimento attivo, è lo strumento perfetto per raggiungere questo obiettivo, specialmente quando si lavora con giovani a rischio di esclusione.

Un modello di business innovativo in questo campo è il “Buy One, Give One” applicato alla formazione. In questo schema, ogni partecipante pagante finanzia automaticamente un posto gratuito per una persona proveniente da un contesto di fragilità. Questo non è solo un atto di generosità, ma una strategia di business brillante: il prezzo del corso per il pubblico pagante incorpora già il costo del posto “donato”, rendendo l’impatto sociale una caratteristica intrinseca e finanziariamente sostenibile del prodotto. Questo modello crea un circolo virtuoso potente e altamente comunicabile.

Studio di caso: Il modello “Buy One, Give One” di Cielo e Terra Onlus

L’Associazione Cielo e Terra applica questo principio con i suoi workshop interattivi sulla marginalità, rivolti a scuole, oratori e università. Utilizzando cortometraggi e metodi non formali, sensibilizzano il pubblico pagante. Ogni iscrizione finanzia un posto per un giovane in difficoltà, che partecipa allo stesso workshop. Il vero colpo di genio è il passo successivo: i beneficiari del posto gratuito vengono poi invitati a un percorso per diventare futuri volontari e co-formatori. Questo crea un ciclo completo dove l’attività commerciale finanzia la missione, la missione fornisce nuove risorse umane (volontari) e queste risorse, a loro volta, rafforzano l’attività commerciale, garantendo sostenibilità e un impatto sociale misurabile e crescente.

Questo approccio incarna la vera essenza di un’impresa sociale. Dimostra che è possibile creare un modello economico in cui il profitto non è l’obiettivo finale, ma il carburante per alimentare un impatto sociale sempre più grande. In un contesto in cui il terzo settore italiano continua a crescere, con quasi 920.000 dipendenti secondo dati ISTAT recenti, modelli come questo indicano la via per un futuro professionalizzato e sostenibile.

Avviare questo percorso di trasformazione richiede un cambio di mentalità. Valutate oggi stesso come applicare questi principi per progettare il vostro primo, vero prodotto formativo e trasformare la conoscenza della vostra associazione in un motore di cambiamento sostenibile.

Domande frequenti su come progettare workshop formativi per associazioni

Quando inviare il primo questionario di feedback?

Immediatamente alla fine del corso (entro 2 ore) per catturare le impressioni ‘a caldo’ e l’entusiasmo dei partecipanti, con domande brevi e focalizzate sull’esperienza immediata.

Come incentivare la compilazione del questionario a freddo?

Dopo 1 mese, offrire in cambio del feedback una risorsa digitale esclusiva come template, video extra o slide commentate, accessibile solo dopo l’invio delle risposte.

Quali domande strategiche inserire per generare nuove opportunità?

Includere domande come ‘Quale altro argomento vorresti approfondire?’ per nuovi corsi, ‘Saresti interessato a supportarci come volontario?’ per recruitment, e il consenso esplicito per usare le testimonianze.

Scritto da Sara Conti, Europrogettista e Valutatrice d'Impatto Sociale, esperta in fondi PNRR e coprogettazione con la Pubblica Amministrazione. Specialista nel trasformare idee sociali in progetti finanziabili e misurabili.