Pubblicato il Marzo 15, 2024

La crisi del ricambio generazionale non si risolve “cercando giovani”, ma trasformando la cultura interna per renderla un’organizzazione dove le nuove leve desiderano entrare e restare.

  • Spostare il focus dalla “responsabilità” come fardello all'”impatto sociale” come opportunità di crescita.
  • Trasformare la “memoria storica” da un archivio statico a una “memoria attiva” che funge da trampolino per l’innovazione.

Raccomandazione: Inizia oggi a mappare le competenze informali dei tuoi soci e a progettare micro-mandati su progetti specifici, invece di proporre subito cariche pluriennali.

Quella luce nell’ufficio dell’associazione che si spegne sempre per ultima, quella del Presidente o del Tesoriere storico, è un’immagine familiare per molti. È il simbolo di una dedizione ammirevole, ma nasconde una paura profonda e condivisa: cosa succederà quando quella persona non ci sarà più? La ricerca di “sangue nuovo” diventa un’ansia costante, un ritornello che riecheggia in ogni assemblea. Spesso, la reazione istintiva è quella di lamentare la mancanza di impegno dei giovani o di tentare approcci superficiali, come creare un profilo social sperando che i candidati piovano dal cielo.

Queste soluzioni, pur partendo da buone intenzioni, falliscono perché non affrontano il vero nodo del problema. Pensano al ricambio generazionale come a un semplice problema di reclutamento, un vuoto da riempire. Ma se la vera sfida non fosse trovare le persone giuste, ma costruire un’organizzazione a cui le persone giuste desiderano appartenere? E se la memoria storica, invece di essere un patrimonio da “trasferire” passivamente, diventasse una risorsa attiva per costruire il futuro? Questo è il cambio di prospettiva che può salvare un’associazione dalla stagnazione.

Questo articolo non è una lista di trucchi per “convincere” i giovani. È una guida strategica per trasformare la vostra organizzazione dall’interno. Analizzeremo insieme come rendere le cariche direttive attraenti, come strutturare un passaggio di consegne che trasformi il know-how in un patrimonio digitale e condiviso, e come la leadership diffusa e uno statuto flessibile siano le vere chiavi per un futuro sostenibile. È un percorso per passare dalla paura della perdita alla gioia della continuità.

Per navigare con chiarezza in questo percorso di trasformazione, abbiamo strutturato la discussione in punti chiave. Il sommario seguente vi guiderà attraverso le tappe fondamentali per ripensare la leadership e garantire un futuro prospero alla vostra associazione.

Perché i giovani soci rifiutano le cariche direttive e come rendere il ruolo attrattivo?

Il “no, grazie” di un giovane socio di fronte alla proposta di una carica direttiva non è quasi mai un rifiuto della missione dell’associazione, ma del “pacchetto” con cui quella responsabilità viene presentata. Impegni pluriennali, ruoli dai contorni vaghi e la percezione di un carico burocratico infinito sono barriere insormontabili per una generazione abituata a progetti flessibili e a misurare il proprio impatto in modo tangibile. Il dato è allarmante: secondo recenti analisi, solo il 7,1% degli enti del terzo settore è guidato da under 35. Questo non indica disinteresse, ma un disallineamento profondo tra l’offerta e la domanda di partecipazione.

Per invertire la rotta, è necessario ripensare l’architettura della partecipazione. Dobbiamo smettere di offrire “poltrone” e iniziare a proporre “missioni”. Questo significa decostruire le cariche tradizionali in compiti più piccoli e gestibili, con obiettivi chiari e un orizzonte temporale definito. Un giovane professionista potrebbe non voler fare il “Consigliere” per tre anni, ma potrebbe essere entusiasta di gestire il progetto di crowdfunding per sei mesi o di curare la comunicazione digitale per un evento specifico. Si tratta di valorizzare le competenze che possono offrire e dare loro l’autonomia per metterle in pratica.

Rendere un ruolo attrattivo significa anche comunicarlo in termini di opportunità e non solo di doveri. Quali competenze si possono acquisire? Quale impatto sociale concreto si può generare? Quale rete di contatti si può costruire? Ecco alcune strategie concrete per iniziare:

  • Implementare mandati brevi e project-based (6-12 mesi) invece di cariche pluriennali tradizionali.
  • Creare ruoli di “co-leadership” dove la responsabilità è condivisa tra più persone, riducendo il carico sul singolo.
  • Definire obiettivi misurabili (KPI) e budget autonomi per ogni carica, per dare un senso di ownership e di risultato.
  • Introdurre il reverse mentoring, dove i giovani formano i senior sul digitale, creando uno scambio di valore reciproco.
  • Comunicare il ruolo in termini di “impatto sociale” e sviluppo di competenze (es. “Diventa il nostro Digital Strategist per la campagna X”) piuttosto che di “ore di volontariato”.

Questo approccio trasforma la carica da un peso a un’opportunità di crescita personale e professionale, rendendola irresistibile per chi cerca un impegno con significato. La chiave è la flessibilità e la capacità di mostrare un ritorno tangibile sull’investimento di tempo ed energie.

Come trasferire password, contatti e know-how in meno di 30 giorni?

Il passaggio di consegne è uno dei momenti più critici e sottovalutati nella vita di un’associazione. Spesso si riduce a una stretta di mano e alla consegna di un mazzo di chiavi, lasciando il nuovo direttivo a navigare a vista. Password annotate su post-it, contatti strategici salvati solo sul telefono personale del presidente uscente e procedure non scritte rappresentano una vera e propria emorragia di memoria attiva. Un passaggio di consegne efficace non è un evento, ma un processo che deve essere pianificato e supportato da strumenti adeguati. L’obiettivo è trasformare il sapere individuale in un patrimonio collettivo e accessibile.

La soluzione risiede nella digitalizzazione e nella standardizzazione. Creare un “cruscotto” digitale centralizzato è il primo passo. Questo può essere realizzato con strumenti semplici e spesso gratuiti come Google Drive, Trello o un’area riservata sul sito dell’associazione. Qui devono confluire non solo i documenti ufficiali, ma tutto il know-how operativo: un gestore di password condiviso (come Bitwarden o LastPass), una rubrica di contatti centralizzata e categorizzata (fornitori, istituzioni, stampa), e manuali di procedura snelli per le attività ricorrenti (es. “come organizzare l’assemblea annuale”, “procedura per richiesta di patrocinio”).

Questo sistema non solo rende il trasferimento delle informazioni quasi istantaneo, ma garantisce anche la continuità operativa in caso di assenza improvvisa di un membro del direttivo. L’illustrazione seguente rappresenta simbolicamente come elementi fisici e digitali debbano integrarsi per creare un ponte solido per la conoscenza.

Sistema digitale di trasferimento del know-how associativo

Come evidenziato dall’immagine, non si tratta di abbandonare il passato, ma di tradurlo in un linguaggio nuovo e accessibile. Il vecchio quaderno di appunti del fondatore può diventare una serie di documenti digitali, le sue intuizioni possono trasformarsi in linee guida strategiche. Questo processo richiede un piccolo investimento di tempo iniziale, ma libera l’associazione dalla dipendenza dai singoli e la rende più resiliente e pronta ad accogliere nuove energie.

Il vostro piano d’azione: Audit per un passaggio di consegne a prova di futuro

  1. Punti di contatto: Elencate tutti i canali di comunicazione usati (PEC, email generiche, social media, telefono) e assicuratevi che le credenziali siano documentate in un gestore di password condiviso.
  2. Collecta: Inventariate tutti i documenti esistenti, sia cartacei che digitali (verbali, bilanci, contratti, elenchi soci). Digitalizzate tutto il materiale cartaceo critico.
  3. Coerenza: Confrontate le procedure attuali (anche quelle non scritte) con lo statuto e i valori dell’associazione. Create brevi guide operative per i compiti chiave.
  4. Mappatura delle relazioni: Create un CRM (anche un semplice foglio di calcolo) con i contatti chiave (istituzioni, sponsor, fornitori), specificando chi è il referente e lo storico delle relazioni.
  5. Piano di integrazione: Definite un calendario di affiancamento di 2-4 settimane in cui il vecchio e il nuovo direttivo operano insieme, utilizzando attivamente il nuovo sistema digitale.

Competenza tecnica o passione politica: chi scegliere per il ruolo di Tesoriere oggi?

La figura del Tesoriere è forse quella che più di tutte ha subito una profonda evoluzione. Un tempo bastava una persona “di fiducia” e “brava a far di conto”. Oggi, con la Riforma del Terzo Settore, la digitalizzazione dei pagamenti e la crescente necessità di rendicontare l’impatto, il ruolo richiede un mix complesso di competenze. Non si tratta più solo di gestire la cassa, ma di avere una visione finanziaria strategica. Come sottolinea un’analisi di settore, il ruolo è diventato multifattoriale. Secondo gli esperti di TeamSystem nella loro Guida al Consiglio Direttivo delle Associazioni:

Il tesoriere moderno non è solo un contabile: controlla entrate e uscite, cura la redazione del bilancio e mantiene i rapporti con gli istituti di credito

– TeamSystem, Guida al Consiglio Direttivo delle Associazioni

Questa complessità crea un dilemma: è meglio un volontario con una grande passione per la causa ma poche competenze tecniche, o un tecnico (un commercialista, un bancario) magari meno coinvolto nella “vita politica” dell’ente? La risposta non è scegliere l’uno o l’altro, ma creare una sinergia. La soluzione più efficace oggi è il modello “tandem”, che prevede l’affiancamento di una figura senior, portatrice della visione storica e politica, a una figura junior, con competenze digitali e tecniche più aggiornate. Questo approccio non solo distribuisce il carico, ma crea un potentissimo veicolo di mentoring e garantisce una continuità a prova di futuro.

Questo modello trasforma la tesoreria da un centro di costo burocratico a un motore di sviluppo strategico, capace di dialogare con piattaforme di crowdfunding, gestire sistemi di pagamento online e produrre report chiari per soci e finanziatori. Il confronto tra l’approccio tradizionale e il modello tandem evidenzia chiaramente i vantaggi di questa evoluzione.

Modello tandem vs approccio tradizionale per il ruolo di Tesoriere
Aspetto Modello Tradizionale Modello Tandem
Struttura Un solo Tesoriere Tesoriere senior + Vice junior
Competenze richieste Generaliste Complementari e specializzate
Gestione digitale Spesso carente Vice esperto in piattaforme online
Rete di contatti Limitata all’esperienza individuale Combinazione di relazioni consolidate e nuove
Sostenibilità Rischio di burnout Carico distribuito e supporto reciproco

Il rischio di arrivare all’assemblea elettiva senza candidati: come prevenirlo?

L’incubo di ogni Presidente: convocare l’assemblea per il rinnovo delle cariche e trovarsi di fronte a un silenzio imbarazzante, a sguardi bassi e a nessuna mano alzata. Questa non è una fatalità, ma il risultato finale di un processo di “talent scouting” inesistente o improvvisato. Affidarsi alla speranza che qualcuno si faccia avanti spontaneamente all’ultimo minuto è la ricetta per il disastro. La realtà dei dati ci dice che l’età media dei legali rappresentanti degli enti è di 58 anni, un segnale che il processo di successione non sta avvenendo in modo organico. Cosa succede se non ci sono candidati? L’associazione rischia la paralisi, il commissariamento o, nel peggiore dei casi, l’estinzione.

La prevenzione è l’unica vera cura e si basa su un’attività proattiva e strategica: la mappatura continua dei talenti. Il Consiglio Direttivo uscente ha la responsabilità di agire come un comitato nomine permanente, osservando i soci, identificando le potenzialità e coltivandole nel tempo. Non si tratta di “scegliere un erede”, ma di creare un vivaio di futuri leader. Questo processo inizia molto prima della scadenza del mandato, almeno 12-18 mesi prima, attraverso piccoli passi.

Il primo passo è coinvolgere i soci più attivi e promettenti in commissioni temporanee o gruppi di lavoro su progetti specifici. Questo permette di testare le loro capacità e il loro livello di impegno in un contesto a basso rischio. Si possono assegnare loro piccole responsabilità, come l’organizzazione di un evento o la gestione di una pagina social, per poi aumentare gradualmente il livello di delega. La creazione di una “commissione nomine” formale, come quella rappresentata nella foto, può strutturare questa ricerca e renderla un processo trasparente e condiviso, non una scelta personale del Presidente.

Commissione nomine che identifica i futuri leader dell'associazione

Questo percorso di avvicinamento graduale permette ai potenziali candidati di familiarizzare con le dinamiche del Consiglio, di sentirsi valorizzati e di acquisire la fiducia necessaria per fare il grande passo. Quando arriverà il momento dell’assemblea, la candidatura non sarà più un salto nel buio, ma la naturale evoluzione di un percorso di crescita all’interno dell’associazione. In questo modo, l’assemblea diventa il luogo della celebrazione di una continuità costruita nel tempo, non il teatro di una crisi annunciata.

Quando iniziare il mentoring dei futuri leader: la timeline ideale di 12 mesi

Una volta identificati i potenziali futuri leader, non si possono lasciare a sé stessi. Il mentoring è il ponte che collega il potenziale alla competenza, il passaggio fondamentale per trasformare un socio attivo in un dirigente consapevole. Iniziare questo processo troppo tardi, a poche settimane dalle elezioni, è inefficace. La timeline ideale per un programma di mentoring strutturato è di almeno 12 mesi. Questo periodo permette di costruire un rapporto di fiducia solido tra mentor (il dirigente uscente) e mentee (il futuro candidato) e di affrontare in modo approfondito tutte le sfaccettature del ruolo.

Un programma di successo non si basa su incontri informali e sporadici, ma segue un percorso a tappe, con obiettivi chiari per ogni fase. Non si tratta di un semplice “addestramento”, ma di un percorso di “empowerment” che mira a rendere il mentee autonomo e sicuro di sé. La durata e la frequenza degli incontri possono variare, ma la struttura è fondamentale. Ad esempio, il programma di mentoring di Soroptimist Italia, pur avendo una durata formale di 8 mesi, dimostra come la relazione spesso si intensifichi naturalmente, con incontri più frequenti e legami che perdurano nel tempo. Questo sottolinea l’importanza dell’aspetto umano e relazionale del processo.

Un piano di mentoring efficace può essere articolato in quattro fasi principali, ciascuna con un focus specifico:

  1. Fase 1 (Mesi 1-3): Scoperta e allineamento. Questa è la fase della conoscenza. Si definiscono gli obiettivi di crescita del mentee, le aspettative reciproche e si stipula un “patto di mentoring” informale che stabilisce le regole del rapporto (confidenzialità, frequenza incontri, etc.).
  2. Fase 2 (Mesi 4-6): Progetto Pilota. La teoria lascia il posto alla pratica. Al mentee viene affidata la guida di un piccolo progetto o di un’iniziativa, con il mentor che agisce da supervisore e supporto strategico, senza sostituirsi a lui.
  3. Fase 3 (Mesi 7-9): Shadowing strategico. Il mentee partecipa come osservatore alle riunioni chiave del Consiglio Direttivo e ad incontri importanti. Il mentor apre la sua rete di contatti, presentando il mentee a stakeholder strategici.
  4. Fase 4 (Mesi 10-12): Co-pilotaggio. Il mentee e il mentor gestiscono insieme alcune responsabilità chiave. È la fase del passaggio di consegne graduale, che culmina con il supporto alla preparazione della candidatura formale.

Questo percorso strutturato demistifica il ruolo dirigenziale, abbatte la paura di non essere all’altezza e fornisce al futuro leader tutti gli strumenti, non solo tecnici ma anche relazionali e politici, per avere successo.

Presidente accentratore o leadership diffusa: quale modello salva l’associazione nel lungo periodo?

Molte associazioni storiche sono nate e cresciute attorno a una figura carismatica: il Presidente-fondatore, un leader accentratore che con la sua energia e visione ha tenuto insieme l’intera struttura. Se questo modello può essere efficace nella fase di avvio, nel lungo periodo si rivela una trappola mortale. Un’organizzazione che dipende interamente da una sola persona è estremamente fragile. Cosa succede quando questa persona si stanca, si ammala o semplicemente decide di fare un passo indietro? Spesso, l’intera struttura collassa, proprio come dimostrano casi concreti di enti costretti a chiudere per il mancato ricambio.

Studio di caso: La crisi di partecipazione nel Terzo Settore lombardo

In Lombardia, prima regione italiana per numero di enti del terzo settore, molte organizzazioni storiche hanno cessato le attività a causa del mancato ricambio generazionale. La forte dipendenza da leader anziani e la scarsa capacità di coinvolgere i giovani, che oggi preferiscono forme di partecipazione più flessibili e meno gerarchiche, hanno portato a una paralisi operativa e all’impossibilità di proseguire le attività. Questo evidenzia come un modello di leadership troppo centralizzato non riesca a intercettare le nuove energie e a garantire la sostenibilità.

La vera alternativa sostenibile è la leadership diffusa. Questo modello non nega l’importanza di una guida, ma distribuisce potere e responsabilità tra più membri del Consiglio Direttivo e, idealmente, anche tra i soci attivi. Le decisioni non sono più calate dall’alto, ma sono il frutto di un processo collaborativo. Questo approccio è più lento, richiede più dialogo e mediazione, ma presenta vantaggi enormi in termini di resilienza e continuità. Quando la responsabilità è condivisa, il rischio di burnout del singolo si riduce drasticamente e l’uscita di scena di un membro non paralizza l’intera associazione.

La leadership diffusa è anche l’unico modello in grado di attrarre davvero le nuove generazioni, che cercano ambienti di lavoro collaborativi, orizzontali e dove poter avere un impatto reale fin da subito. Passare da un modello all’altro è una trasformazione culturale profonda, che deve essere guidata dal Presidente stesso. Il suo ultimo, più grande atto di leadership dovrebbe essere quello di rendersi “inutile”, costruendo un sistema che possa prosperare anche senza di lui.

Modelli di governance: accentrato vs diffuso
Caratteristica Modello Accentrato Leadership Diffusa
Processo decisionale Centralizzato nel Presidente Distribuito tra i membri del Consiglio
Velocità di decisione Rapida Più lenta ma condivisa
Rischio burnout Alto per il Presidente Distribuito e gestibile
Continuità operativa A rischio con cambio leadership Garantita dalla distribuzione ruoli
Coinvolgimento membri Limitato Alto e motivante

Come comunicare le variazioni cariche entro 30 giorni per evitare diffide?

Il rinnovo del Consiglio Direttivo non si conclude con il verbale dell’assemblea e le strette di mano. Da quel momento, scatta un conto alla rovescia per una serie di adempimenti burocratici tanto noiosi quanto fondamentali. Ignorare o ritardare queste comunicazioni può avere conseguenze serie: dal blocco dei conti correnti all’impossibilità di partecipare a bandi, fino a vere e proprie diffide da parte degli uffici competenti. La transizione deve essere gestita con la stessa professionalità con cui si gestisce la propria azienda. L’organizzazione è la chiave per non dimenticare nessun passaggio.

La prima cosa da fare è preparare una check-list della successione amministrativa, un documento condiviso tra il vecchio e il nuovo direttivo che tracci ogni singolo adempimento, con scadenze e responsabili. La comunicazione più urgente e importante è quella verso il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS), se l’ente è iscritto, o verso l’Agenzia delle Entrate per l’aggiornamento del legale rappresentante. Queste pratiche devono essere avviate immediatamente, perché i tempi di elaborazione possono essere lunghi. Subito dopo, è essenziale notificare la variazione alla banca per aggiornare le deleghe di firma sui conti correnti ed evitare la paralisi finanziaria.

Il processo di organizzazione dei documenti per questa transizione è cruciale. Come simboleggiato dall’immagine, ogni documento, ogni timbro, ogni firma ha un peso legale e deve essere gestito con la massima cura. Avere tutti i documenti pronti e in ordine prima dell’assemblea (es. copie dei documenti d’identità dei nuovi eletti) può accelerare notevolmente l’intero processo.

Organizzazione documenti per la transizione amministrativa

Di seguito, una lista di controllo essenziale degli adempimenti post-elezione, da adattare alla specifica natura dell’ente:

  • Entro 30 giorni (consigliati 20): Aggiornamento del RUNTS con il nuovo verbale di nomina e i dati dei nuovi amministratori.
  • Entro 30 giorni: Comunicazione della variazione del legale rappresentante all’Agenzia delle Entrate tramite il modello AA5/6 o AA7/10.
  • Immediatamente: Notifica alla banca o alle banche con cui l’ente opera per il cambio delle firme e dei poteri di accesso all’home banking.
  • Entro 15-30 giorni: Aggiornamento delle polizze assicurative (infortuni volontari, responsabilità civile) con i nominativi del nuovo direttivo.
  • Tempestivamente: Comunicazione a fornitori, gestori di utenze (luce, gas, telefono) e servizi come la Posta Elettronica Certificata (PEC).

Gestire questa fase con precisione non è solo un obbligo di legge, ma il primo atto di responsabilità e serietà del nuovo Consiglio Direttivo.

Da ricordare

  • Il ricambio generazionale è un progetto di trasformazione culturale, non un problema di reclutamento.
  • Strutturate il passaggio di consegne con strumenti digitali e create “tandem” di leadership per unire esperienza e innovazione.
  • Abbandonate il modello del leader accentratore a favore di una leadership diffusa, l’unica che garantisce sostenibilità e coinvolgimento.

Redigere uno statuto a prova di RUNTS: gli errori che bloccano l’iscrizione per mesi

Lo statuto non è un semplice documento da archiviare, ma il sistema operativo della vostra associazione. È il testo che definisce le regole del gioco, inclusa la partita più importante: quella della successione. Uno statuto rigido, obsoleto o non conforme alla normativa del Terzo Settore può diventare la palla al piede che blocca ogni tentativo di innovazione e di ricambio generazionale. Con la piena operatività del RUNTS, che a fine 2023 contava già 119.868 enti iscritti, avere uno statuto “a prova di futuro” è una condizione non negoziabile per la sopravvivenza e lo sviluppo.

Molti enti si vedono respingere o sospendere la pratica di iscrizione al RUNTS per mesi a causa di clausole statutarie inadeguate. Gli errori più comuni sono legati proprio alle norme su governance e partecipazione: quorum assembleari troppo alti e difficili da raggiungere, impossibilità di votare a distanza, mandati a vita o senza limiti di rieleggibilità che cementificano la leadership esistente. Spesso ci si chiede quanto possa durare la carica di presidente o di un consigliere: lo statuto deve prevederlo chiaramente, e la legge incoraggia limiti temporali per favorire il turnover.

Per trasformare lo statuto da un ostacolo a un acceleratore del ricambio generazionale, è necessario inserire clausole specifiche che promuovano la flessibilità e la partecipazione. Queste modifiche non solo facilitano l’iscrizione e la permanenza nel RUNTS, ma inviano un messaggio potente ai soci, soprattutto a quelli più giovani: questa è un’organizzazione moderna, trasparente e aperta al cambiamento.

Ecco alcune clausole statutarie essenziali da considerare per favorire una successione dinamica:

  • Prevedere mandati con durata massima (es. 3-4 anni) e limiti alla rieleggibilità consecutiva (es. massimo due mandati di seguito) per favorire l’alternanza.
  • Inserire clausole di flessibilità che permettano al Consiglio Direttivo di istituire deleghe e commissioni temporanee per progetti specifici.
  • Permettere esplicitamente le assemblee e le votazioni online o in modalità ibrida, per abbattere le barriere geografiche e favorire la partecipazione giovanile.
  • Definire quorum assembleari raggiungibili, magari prevedendo una seconda convocazione con quorum più bassi.
  • Prevedere la possibilità di cariche in “tandem”, come la co-presidenza o la figura del vice-tesoriere, per distribuire i carichi e favorire l’affiancamento.
  • Inserire meccanismi di tutoraggio o affiancamento come pratica consigliata o obbligatoria per i nuovi consiglieri nel primo anno di mandato.

Queste non sono semplici modifiche burocratiche. Sono le fondamenta legali su cui costruire un’associazione capace di attrarre nuovi talenti e di guardare al futuro con fiducia.

Lo statuto non è un vincolo, ma il progetto della vostra associazione futura. Analizzarlo e adeguarlo non è un compito da rimandare, ma il primo, decisivo passo per sbloccare il potenziale della vostra organizzazione e garantire la sua missione per le generazioni a venire. Iniziate oggi a leggerlo con occhi nuovi, chiedendovi se ogni articolo apre una porta o costruisce un muro.

Scritto da Roberto Ferri, Consulente di Sviluppo Organizzativo e Governance per associazioni, con focus sulla leadership diffusa e il ricambio generazionale. Facilitatore esperto in dinamiche assembleari e pianificazione strategica partecipata.