Pubblicato il Agosto 11, 2024

La vera sfida per le non-profit non è adeguarsi alla Riforma del Terzo Settore, ma compiere una metamorfosi strategica per anticipare le crisi anziché subirle.

  • Il calo delle donazioni e la dipendenza dai bandi non sono problemi isolati, ma sintomi di un modello organizzativo che ha perso aderenza con la realtà.
  • La resilienza non si costruisce con la burocrazia, ma con strutture flessibili, una governance dinamica e una proposta di valore chiara per donatori, volontari e beneficiari.

Raccomandazione: Smettete di gestire l’esistente e iniziate a progettare il valore futuro della vostra organizzazione, misurando l’impatto sociale come principale leva di sostenibilità.

Se siete alla guida di un’associazione, probabilmente sentite una pressione crescente. Le risorse sembrano diminuire, i volontari sono difficili da trattenere e le normative diventano sempre più complesse. La sensazione è quella di correre costantemente per restare fermi, intrappolati in un modello che scricchiola sotto il peso di un mondo che cambia a velocità esponenziale. Molti parlano di digitalizzazione, di fundraising e di adeguamento al RUNTS come soluzioni. Ma queste sono solo risposte parziali, spesso tattiche che non affrontano la radice del problema.

La discussione comune si concentra sugli strumenti – il nuovo software, la campagna di crowdfunding, l’ennesimo bando – trascurando la vera questione strategica. Si tratta di un errore di prospettiva che può costare caro. La sopravvivenza e, soprattutto, la prosperità nel nuovo ecosistema del Terzo Settore non dipendono dalla capacità di applicare soluzioni preconfezionate. E se la vera chiave non fosse “adattarsi”, ma “trasformarsi”? Se la soluzione non risiedesse nel fare meglio le stesse cose, ma nell’iniziare a fare cose diverse, con una logica diversa?

Questo articolo propone un cambio di paradigma: una metamorfosi strategica. Non una lista di compiti da spuntare, ma un percorso analitico per ripensare la vostra organizzazione dalle fondamenta. Analizzeremo perché i vecchi modelli non funzionano più, come innovare senza perdere la propria identità e come costruire una struttura autenticamente resiliente. L’obiettivo è fornirvi una visione e degli strumenti per smettere di reagire alle emergenze e iniziare a progettare un futuro sostenibile e di impatto per la vostra non-profit.

In questo percorso analitico, esploreremo le aree critiche che determinano la vitalità di un’organizzazione del Terzo Settore oggi. Dalle fondamenta economiche e giuridiche alla gestione delle risorse umane e finanziarie, ogni sezione è pensata per offrire una prospettiva strategica e azioni concrete.

Perché il modello associativo tradizionale non regge più nel contesto economico attuale?

L’idea romantica dell’associazione basata puramente sulla passione e sull’appartenenza si scontra oggi con una dura realtà economica. Il modello tradizionale, spesso informale e dipendente da poche, instabili fonti di entrata, mostra crepe sempre più profonde. La contrazione economica generale si riflette direttamente sulla generosità individuale e istituzionale, rendendo la competizione per le risorse più agguerrita che mai. I dati Istat confermano questa tendenza, evidenziando un calo dei donatori in Italia, passati dal 12,8% nel 2022 all’11% nel 2023.

Molti temono che scandali mediatici possano erodere la fiducia, ma la realtà è più complessa. Un’analisi dell’Istituto Italiano della Donazione ha rivelato che, in seguito al caso Ferragni-Balocco, solo il 5% delle non-profit ha subito conseguenze negative. Anzi, il 77% ha dichiarato che il caso non ha lasciato tracce sui donatori fidelizzati. Questo dato è cruciale: la fiducia non è crollata, ma si è concentrata. I donatori non smettono di donare, ma scelgono con più attenzione, premiando le organizzazioni che dimostrano trasparenza e impatto misurabile. La crisi non è di fiducia, ma di valore percepito.

L’errore strategico è continuare a pensare in termini di “raccolta fondi” anziché di “progettazione del valore”. Le organizzazioni che sopravviveranno non sono quelle che chiedono meglio, ma quelle che offrono un motivo più forte per essere sostenute. Ciò impone un passaggio culturale: dalla logica dell’appartenenza, basata sulla condivisione di ideali, alla logica dell’impatto, basata sulla dimostrazione di risultati concreti. Il modello tradizionale non regge perché si fonda su un patto di fiducia implicito, mentre il nuovo contesto esige un patto di valore esplicito e verificabile.

Questo richiede un cambio di mentalità radicale, che vede ogni attività non come un costo da coprire, ma come un investimento in un impatto sociale che genera, a sua volta, sostenibilità economica.

Come digitalizzare i processi interni senza perdere l’anima umana dell’associazione?

La digitalizzazione nel Terzo Settore è spesso vista come un’imposizione esterna, un male necessario fatto di gestionali complessi e social media da presidiare. Questa percezione spiega perché, secondo l’indagine Terzo Settore & Digitale, il 66,2% degli enti non profit si reputa ancora non pienamente digitalizzato. La vera sfida, però, non è tecnica, ma culturale: come adottare strumenti digitali per essere più efficienti senza trasformare un luogo di relazioni umane in un freddo hub di processi automatizzati.

L’errore comune è pensare alla digitalizzazione come a un progetto tecnologico, mentre è un progetto di trasformazione organizzativa. L’obiettivo non deve essere “usare il digitale”, ma “essere digitali” nel modo di pensare. Significa usare gli strumenti per potenziare la missione, non per sostituire l’interazione umana. Un gestionale per i soci non è solo un database; è uno strumento per conoscere meglio i volontari, personalizzare la comunicazione e liberare tempo prezioso dalla burocrazia per dedicarlo alle relazioni.

L’anima umana si perde quando la tecnologia viene imposta senza una visione condivisa. Al contrario, si rafforza quando il digitale è usato per abbattere le barriere, facilitare la partecipazione e rendere più trasparente l’impatto del lavoro di tutti. La formazione diventa quindi un momento chiave di aggregazione, non solo di apprendimento tecnico, come mostra l’immagine seguente.

Volontari di diverse generazioni in formazione digitale collaborativa

Iniziative come VERIF!CO Freemium, un gestionale gratuito sviluppato da CSVnet e Terzo settore digitale per piccoli enti, dimostrano che la digitalizzazione può essere accessibile e pensata per un’utenza non specializzata. Questo tipo di strumento non è la soluzione finale, ma un primo passo per demistificare la tecnologia e dimostrare il suo valore pratico nel semplificare la gestione quotidiana, liberando energie per ciò che conta davvero: le persone.

La vera anima di un’associazione risiede nella qualità delle sue relazioni. Un uso intelligente del digitale non solo non la minaccia, ma può diventare il suo più potente alleato per coltivarle su una scala più ampia e con maggiore profondità.

APS o Fondazione di partecipazione: quale struttura giuridica è più resiliente oggi?

La Riforma del Terzo Settore ha spinto molte organizzazioni a interrogarsi sulla propria forma giuridica. La scelta tra Associazione di Promozione Sociale (APS) e altri modelli non è più solo una questione burocratica, ma una decisione strategica fondamentale che determina la resilienza organizzativa. Mentre l’APS rimane il modello più diffuso per la sua flessibilità e governance democratica, un’alternativa sta guadagnando terreno per la sua intrinseca stabilità: la Fondazione di Partecipazione.

Questa struttura ibrida nasce per superare i limiti dei modelli tradizionali. Come sottolinea un’analisi dello Studio Legale Limardi, la fondazione di partecipazione è una risposta concreta all’inadeguatezza del modello classico di fondazione, spesso troppo rigido e slegato dal suo fondatore.

La fondazione di partecipazione nasce come risposta degli operatori del diritto alla inadeguatezza del modello tradizionale di fondazione, caratterizzato dal rigido distacco dell’ente dal suo fondatore

– Studio Legale Limardi, Le Fondazioni di partecipazione – Analisi giuridica

La Fondazione di Partecipazione unisce la solidità patrimoniale di una fondazione con la dinamicità partecipativa di un’associazione. Questa caratteristica la rende particolarmente resiliente agli shock esterni. Un patrimonio vincolato protegge l’ente da crisi di liquidità improvvise, mentre la possibilità di accogliere nuovi “partecipanti” nel tempo garantisce un rinnovamento continuo e un legame solido con la comunità di riferimento. Il confronto seguente evidenzia le differenze chiave.

Confronto tra APS e Fondazione di Partecipazione
Criterio APS (Associazione di Promozione Sociale) Fondazione di Partecipazione
Struttura patrimoniale Flessibilità gestionale, maggiore esposizione a crisi di liquidità Patrimonio vincolato, protezione contro shock esterni
Governance Modello assembleare democratico, rapido adattamento ma rischio instabilità Stabilità direzionale, rischio scollamento dalla base
Requisiti minimi 7 persone fisiche o 3 APS Pluralità di fondatori, patrimonio iniziale da destinare
Partecipazione Soci con diritti di voto, max 50% di altri ETS Fondatori successivi possono aggiungersi nel tempo
Attività commerciale Regime forfettario per attività non prevalenti Possibile se funzionale agli scopi, senza distribuzione utili

Non esiste una risposta univoca. Per un gruppo agile e nascente, l’APS può essere ideale. Ma per un’organizzazione matura che vuole garantire la propria missione nel tempo, proteggere un patrimonio e attrarre grandi donatori, la Fondazione di Partecipazione rappresenta un’opzione strategica da considerare con la massima attenzione.

L’errore strategico di ignorare i nuovi bisogni sociali che costa il 40% dei soci

In un paese con 360.061 organizzazioni non profit e oltre 4,6 milioni di volontari, secondo l’ultimo censimento Istat, la concorrenza per l’attenzione e la partecipazione è immensa. Molte associazioni, nate decenni fa per rispondere a bisogni specifici, commettono l’errore fatale di credere che quei bisogni siano immutabili. Continuano a offrire le stesse attività e gli stessi servizi, mentre il mondo intorno a loro è cambiato. Questo scollamento tra l’offerta dell’associazione e i bisogni sociali emergenti è la prima causa di disaffezione e abbandono da parte dei soci.

Ignorare questa evoluzione non è solo un’occasione persa, è una condanna all’irrilevanza. I nuovi bisogni sociali – come la solitudine digitale degli anziani, l’eco-ansia tra i giovani, la necessità di competenze digitali per i lavoratori espulsi dal mercato – sono opportunità immense per le non-profit di dimostrare il proprio valore. Chi si aggrappa al passato, vedrà i propri soci, soprattutto i più giovani e dinamici, migrare verso realtà più reattive e pertinenti. Il “costo” citato nel titolo, quel 40% di soci persi, non è una statistica esatta, ma una metafora potente del prezzo dell’immobilismo.

Per evitare questo declino, è necessario passare da una logica di erogazione di servizi a una di ascolto attivo e co-progettazione. L’associazione deve trasformarsi in un’antenna sensibile, capace di captare i segnali deboli del proprio territorio e di tradurli in nuove iniziative di impatto. Questo non richiede budget milionari, ma un cambio di metodo e di mentalità. La mappatura dei bisogni non è più un’attività da affidare a costosi istituti di ricerca, ma un processo continuo e integrato nella vita dell’organizzazione.

Piano d’azione: come mappare i bisogni sociali emergenti

  1. Punti di contatto: Implementare sondaggi digitali via chat e social media per una raccolta dati rapida e a basso costo.
  2. Collecta: Analizzare i trend di ricerca locali su Google Trends e utilizzare strumenti di social listening per capire di cosa parla la comunità.
  3. Coerenza: Organizzare workshop di “community listening”, riunendo stakeholder, cittadini e beneficiari per un confronto diretto.
  4. Memorabilità/emozione: Utilizzare i dati demografici pubblici dell’ISTAT per effettuare analisi predittive a 3-5 anni sull’evoluzione della popolazione target.
  5. Plan d’integrazione: Creare sistemi di co-progettazione partecipata dove i beneficiari stessi contribuiscono a definire le soluzioni ai loro problemi.

Un’associazione che impara ad ascoltare non avrà mai problemi a giustificare la propria esistenza, né a trovare persone disposte a sostenerla. La sua missione non sarà più un’eredità del passato, ma una risposta viva e pulsante alle sfide del presente.

Come attrarre professionisti nel non profit offrendo valore oltre lo stipendio?

Il Terzo Settore compete sempre più con il mondo profit per attrarre talenti, specialmente in ambiti come il digitale, la comunicazione e il management. Non potendo quasi mai competere sul piano puramente economico, le non-profit devono attuare una metamorfosi strategica anche nel loro approccio al capitale umano. L’idea di fare leva solo sulla “buona causa” non è più sufficiente per attrarre e, soprattutto, trattenere professionisti qualificati che cercano crescita, impatto e riconoscimento.

La soluzione risiede nel costruire un “pacchetto di valore” che vada oltre la retribuzione monetaria. Si tratta di offrire ciò che il settore corporate spesso fatica a garantire: autonomia, responsabilità diretta sull’impatto e opportunità di crescita accelerata. Un giovane project manager in una non-profit può trovarsi a gestire un intero progetto con un’autonomia decisionale impensabile per un suo coetaneo in una multinazionale. Questa è una valuta potentissima. La formazione, inoltre, è un asset cruciale, come dimostrano iniziative come il Bando “Digitale Sociale” del Fondo per la Repubblica Digitale, che ha stanziato 15 milioni di euro per l’upskilling nel settore.

Il valore non monetario si costruisce attraverso azioni concrete che trasformano il lavoro in un’esperienza di crescita personale e professionale. Il “reverse mentoring”, dove i giovani nativi digitali formano i consiglieri più senior, è un esempio eccellente di come si possa valorizzare il know-how di tutti, creando un ambiente di apprendimento reciproco e abbattendo le gerarchie tradizionali.

Professionisti giovani e senior in sessione di reverse mentoring nel non profit

Per sistematizzare questo approccio, le organizzazioni devono definire un’offerta chiara e strutturata, un vero e proprio “pacchetto di valore” per i talenti. Ecco alcuni elementi che possono comporlo:

  • Offrire crediti formativi per corsi di alta specializzazione finanziati dall’ente.
  • Garantire la partecipazione a network professionali di settore di alto livello.
  • Creare opportunità di public speaking e visibilità personale in conferenze e eventi.
  • Assegnare la “proprietà” strategica di progetti o aree con piena autonomia decisionale.
  • Implementare programmi di reverse mentoring come pratica istituzionalizzata.
  • Sviluppare percorsi di crescita professionale chiari, certificati e riconosciuti.

Quando un’organizzazione riesce a offrire un percorso di crescita così ricco, lo stipendio diventa solo una delle componenti del compenso, e spesso non la più importante. Diventa un luogo dove si genera impatto sociale e, contemporaneamente, si costruisce un capitale professionale di altissimo livello.

Perché la mancanza di turnover nelle cariche crea tossicità e abbandono dei soci?

Una delle patologie più silenziose e letali del mondo associativo è la cosiddetta “sindrome del presidente a vita”. Figure dirigenziali che, animate dalle migliori intenzioni, rimangono abbarbicate alle proprie cariche per decenni, creando involontariamente un ambiente stagnante e tossico. Questa mancanza di turnover blocca l’innovazione, scoraggia la partecipazione e, soprattutto, causa un’emorragia di soci, in particolare dei più giovani e motivati.

Il problema è particolarmente acuto oggi. Contrariamente al luogo comune, i giovani sono interessati al volontariato. L’Istituto Italiano della Donazione, nel suo rapporto “Noi Doniamo”, evidenzia un dato sorprendente: nel 2024, i volontari under 35 hanno raggiunto quota 1,4 milioni, rappresentando il 24% del totale. Queste nuove energie entrano nelle associazioni piene di idee e voglia di fare, ma si scontrano con un “muro di gomma”: una governance gerontocratica dove le decisioni sono prese da un circolo ristretto e immutabile. La frustrazione che ne deriva è la principale causa di abbandono.

Il terzo settore italiano cresce, ma cambia pelle. Nel 2024, il numero di volontari under 35 ha raggiunto 1,4 milioni, rappresentando il 24% del totale

– Istituto Italiano della Donazione, Noi Doniamo 2025 – Rapporto sul dono

La tossicità non nasce da cattive intenzioni, ma da una dinamica di potere non gestita. Il leader storico diventa il depositario unico del know-how, le procedure non vengono mai scritte (“si è sempre fatto così”) e ogni tentativo di cambiamento viene percepito come una critica personale. Questo crea un ambiente asfissiante che impedisce la crescita dell’organizzazione e la rende estremamente vulnerabile: cosa succederebbe se il leader storico dovesse, per qualsiasi motivo, lasciare l’incarico? Spesso, l’intera associazione collassa.

La soluzione richiede coraggio e visione: introdurre nello statuto dei meccanismi che garantiscano il ricambio. Non si tratta di “cacciare” i fondatori, ma di valorizzare la loro esperienza in modi nuovi, trasformandoli da gestori operativi a mentori strategici. Un ricambio generazionale sano e governato è il più grande investimento che un’associazione possa fare per il proprio futuro.

  • Introdurre la limitazione del numero di mandati consecutivi per le cariche principali (es. massimo due o tre mandati).
  • Creare un “consiglio dei saggi” con gli ex-presidenti, con un ruolo puramente consultivo e di mentorship.
  • Stabilire l’obbligo di percorsi di affiancamento (shadowing) di almeno 6 mesi prima di ogni passaggio di carica.
  • Prevedere quote riservate per membri under 35 nel consiglio direttivo.
  • Documentare e trasferire il know-how critico attraverso procedure scritte e accessibili a tutti.

Un’organizzazione che pianifica attivamente la propria successione dimostra una maturità strategica che la rende più forte, più attrattiva e, in definitiva, più capace di realizzare la propria missione.

Quando caricare la polizza volontari sul portale: scadenze e controlli a campione

In un’analisi strategica del Terzo Settore, un titolo così operativo può sembrare fuori posto. È invece emblematico di una tensione fondamentale: la necessità di bilanciare la visione a lungo termine con l’ impeccabile esecuzione degli obblighi burocratici. La gestione della polizza assicurativa per i volontari è un esempio perfetto. Non è un’attività “nobile”, ma un errore qui può avere conseguenze legali ed economiche devastanti, minando alla base qualsiasi progetto strategico.

La Riforma del Terzo Settore ha reso l’assicurazione per i volontari non solo obbligatoria, ma anche soggetta a un regime di trasparenza e controllo più stringente. Con il 72,1% delle istituzioni non profit che si avvale di volontari, per un totale di quasi 4,7 milioni di persone, la corretta gestione di questo adempimento è un pilastro della sostenibilità dell’intero sistema. Il punto non è solo “avere” una polizza, ma gestirla correttamente, assicurando che sia sempre congrua al numero di volontari attivi e che la documentazione sia caricata sul portale del RUNTS entro le scadenze previste (generalmente 30 giorni dalla stipula o rinnovo).

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha intensificato i controlli a campione, e un’irregolarità può portare a sanzioni e, nei casi più gravi, alla cancellazione dal RUNTS, con la perdita di tutti i benefici fiscali e legali. Questo trasforma un compito apparentemente banale in un’attività ad alto rischio strategico. La soluzione è integrare questo processo nella routine gestionale, superando l’approccio dell’ “ultimo minuto”.

Una gestione proattiva e sistematica di questi adempimenti non è tempo perso; è un investimento in credibilità e affidabilità. Dimostra a donatori, istituzioni e, soprattutto, ai volontari stessi, che l’organizzazione è solida, ben gestita e meritevole di fiducia. Per garantire una gestione impeccabile, è utile adottare una checklist operativa.

Checklist di validazione: gestione della polizza volontari

  1. Punti di contatto: Verificare mensilmente la congruenza tra il registro dei volontari attivi e il numero di persone coperte dalla polizza.
  2. Collecta: Caricare la polizza sul portale del RUNTS tassativamente entro 30 giorni dalla stipula o dal rinnovo.
  3. Coerenza: Mantenere un registro aggiornato dei volontari, vidimato e con date di inizio e fine attività per ciascuno.
  4. Mémorabilità/emozione: Comunicare tempestivamente qualsiasi variazione significativa del numero di volontari alla compagnia assicurativa.
  5. Plan d’integrazione: Preparare e tenere a disposizione una cartella (digitale o fisica) con tutta la documentazione per eventuali controlli a campione.

In un’organizzazione resiliente, non c’è contrapposizione tra strategia e operatività. L’eccellenza nell’esecuzione dei compiti quotidiani è ciò che rende la strategia possibile e credibile.

Da ricordare

  • La resilienza non è resistere, ma anticipare: richiede una metamorfosi da gestori a progettisti del valore.
  • Il capitale umano è il vero asset: attrarre talenti e garantire il turnover non sono opzioni, ma necessità strategiche.
  • La sostenibilità si fonda sulla diversificazione e sull’impatto misurabile, non sulla caccia all’ultimo bando.

Costruire una strategia di fundraising stabile per liberarsi dalla dipendenza dai bandi

La dipendenza dai bandi pubblici è per molte non-profit una sorta di “droga finanziaria”. Offre un sollievo immediato e consistente, ma crea una dipendenza che nel lungo periodo ne mina la stabilità e l’autonomia strategica. In un contesto in cui, secondo la Charities Aid Foundation, il 90% delle organizzazioni è preoccupato per l’aumento dei costi, affidare la propria sopravvivenza a un’unica fonte di entrata, per di più volatile e altamente competitiva, è un rischio che non ci si può più permettere.

I bandi, come quello recente da 22 milioni di euro del Ministero del Lavoro, sono allettanti. Promettono cifre importanti (fino a 600.000 euro per progetto) ma a condizioni precise: durata limitata (12-18 mesi) e obiettivi definiti da altri. Questo induce le organizzazioni a plasmare i propri progetti in funzione dei requisiti del bando, anziché della propria missione. È il “finanziatore” che detta l’agenda, non l’associazione. Questa è l’essenza della perdita di autonomia strategica.

La metamorfosi verso la sostenibilità richiede di vedere i bandi per quello che dovrebbero essere: una delle tante fonti di entrata, utile per avviare progetti pilota o per scalare iniziative già consolidate, ma mai l’unica. La vera stabilità si costruisce su un mix di entrate diversificate, che affianchi ai fondi pubblici e delle fondazioni anche le donazioni di privati, le quote associative, i lasciti, il 5×1000 e, dove possibile, entrate da attività di impresa sociale.

Costruire questa diversificazione è un processo lento che richiede un investimento strategico. Non si tratta di “trovare soldi”, ma di costruire relazioni di valore con diverse tipologie di stakeholder. Ogni fonte di entrata richiede un approccio e una comunicazione specifici. Ecco un ventaglio di strategie concrete per iniziare questo percorso:

  • Creare membership a livelli (es. Sostenitore, Partner, Mecenate) con benefit chiari e crescenti, per trasformare i donatori occasionali in sostenitori continuativi.
  • Sviluppare attività di impresa sociale collaterali (es. vendita di prodotti, servizi di formazione, consulenza) i cui utili vengono reinvestiti nella missione.
  • Implementare sistemi di donazione online ricorrente (abbonamenti mensili) per creare un flusso di cassa stabile e prevedibile.
  • Costruire un fondo di dotazione (endowment), reinvestendo sistematicamente una piccola parte degli avanzi di gestione annuali.
  • Attivare partnership corporate durature, basate su valori condivisi e progetti di Corporate Social Responsibility, non solo su sponsorizzazioni una tantum.

Per liberarsi dalla dipendenza, è necessario costruire attivamente un'architettura finanziaria stabile e diversificata, che metta l’organizzazione al riparo dalle fluttuazioni di un’unica fonte.

Iniziate oggi a implementare questi principi per trasformare la vostra organizzazione e garantirle un futuro di impatto e sostenibilità.

Scritto da Roberto Ferri, Consulente di Sviluppo Organizzativo e Governance per associazioni, con focus sulla leadership diffusa e il ricambio generazionale. Facilitatore esperto in dinamiche assembleari e pianificazione strategica partecipata.